Conclusioni

L’evidenza documentale che ci viene dall’imaging con infrarosso 760 nm ad elevata intensità di Lumen (visore con adeguati diodi all’infrarosso e con proporzionato apparato di aereazione e ventilazione della componente ottica e della telecamera del visore) è di grande interesse per le conclusioni chemiometriche di tale imaging per la Flebologia. Immagini come quelle relative alle pazienti : (A) – (B) – (C) in clino ed ortostatismo (LINK) riguardano un campione selezionato per la corporatura longilinea e dunque con scarso rilievo del grasso sub-epidermico e totale assenza sintomatologica, clinica ed ecocolor-doppleristica di patologia venosa . Una teoria può essere così giusta, che proprio per questo la si butta via. Elias Canetti
  • Il rilievo ecoduplex della fascia muscolare è mediamente pari ad 1 cm su tutta la superficie dell’arto inferiore.
  • L’anatomia venosa superficiale è normalmente visualizzabile ecograficamente con sonde da 7.5 MHz.
  • Il sangue venoso (desossigenato) non è rilevabile all’interno del network anatomico venoso sopra-fasciale.
  • L’assenza di reflussi venosi patologici, coincide (per tale campione di pazienti ) con l’integrità anatomica della fascia muscolare e delle sue numerose vene perforanti (le quali rileverebbero altrimenti il loro sfiancamento, per incapacità funzionale valvolare) con rilievo “chimico” o meglio chemiometrico” all’imaging N.I.L. a 760 nm. del sangue venoso desossigenato (e di reflusso venoso con diametro superiore ai 2 mm. all’esame ecocolordoppler eseguito).
  • L’imaging chemiometrrico a riposo, conferma l’assenza di stasi venosa e di reflusso dell’emoglobina desossigenata (venosa) in un campione di pazienti “sane” valutato secondo criteri biometrici (ove ecograficamente si accerti la superficialità della fascia muscolare profonda come prossima od inferiore ad 1 cm di profondità).
  • Constatiamo che il network venoso periferico sopra-fasciale dell’arto superiore dimostra costante deflusso venoso spontaneo a riposo (evidenziando sempre l’imaging del network venoso) : ciò sia all’ecocolordoppler eseguito (con flussi venosi ortodromici verso il cuore, sempre e costantemente modulati dagli atti respiratori) che all’imaging con infrarosso a 760 nm (per “assorbimento” dell’infrarosso dal sangue desossigenato ) e consentendo in tutti i pazienti un imaging dell’anatomia venosa.
  • Constatiamo che il network venoso periferico sopra-fasciale dell’arto inferiore non dimostra costante deflusso venoso spontaneo ortodromico a riposo : ciò sia all’ecocolordoppler (velocità e direzione del flusso venoso superficiale sono attivabili in virtù di manovre dell’operatore o dello stesso paziente qualora invitato a forzare volontariamente la dinamica fisiologica della respirazione, come ad esempio con la manovra di Valsalva.) L’imaging con infrarosso a 760 nm dimostra reflussi venosi superficiali (e dunque l’imaging tridimensionale del sangue venoso desossigenato che refluisce nelle vene superficiali interessate dalla patologia) in assenza di manovre di attivazione operatore-dipendente. In alternativa si dimostrerà l’assenza di una stasi ematica venosa spontanea a riposo nel network venoso superficiale integro e la mancanza di reflussi venosi spontanei rilevabili in clino-ortostatismo (posizione sdraiata od eretta) come rilevabile tridimensionalmente dalla diagnostica 3D di terzo livello per il distretto venoso perforante e superficiale sopra la fascia muscolare.
  • La non invasività di tale imaging, la sua capacità di accurata visualizzazione non operatore dipendente per la stasi venosa superficiale e la capacità di guidare con sicurezza il mappaggio intra-operatorio, rendono ragione della certezza del rilievo di assenza di stasi venosa ematica anche per le vene anatomicamente e funzionalmente sane : il limite imposto è rappresentato dall’imaging del solo reflusso nel compartimento sopra-fasciale. Sappiamo bene però quanto sia precisa la diagnostica di primo livello per la valutazione dei flussi venosi spontaneamente rilevabili nel circolo venoso profondo essendo ben modulati dagli atti del respiro. Per altro l’ecocolordoppler, in virtù dell’uso degli ultrasuoni, rileva patologie muscolo-scheletriche (quali la cisti di Baker), che seppur occasionali, agiscono per la loro frequenza da concausa per le stesse patologie flebologiche : indispensabile il suo ruolo nel valutare normocompressibilità delle vene perforanti visualizzabili ed eventuali alterazioni dell’ecogenicità venosa superficiale, profonda e delle vene perforanti. Constatiamo che è però discussa la modalità di acquisizione del reflusso venoso patologico di molte vene perforanti, anche in relazione alla loro sede.
L’ecocolordoppler costruisce un imaging venoso virtuale dei colori elaborando l’analisi di dispersione velocitometrica doppler dei globuli rossi. Il colore delle vene superficiali degli arti inferiori crea l’ imaging del sangue venoso adattando gli algoritmi dell’analisi velocitometrica alle dimensioni di considerevoli pixel (ad esempio di colore blù) anche dove le velocità dei globuli rossi siano prossime allo zero. L’imaging chemiometrico con infrarosso “corto” è una lettura chimica reale mono-colore dei reflussi patologici superficiali e dunque basata sul riconoscimento quali-quantitativo della natura chimico-fisica del sangue venoso e dei reali flussi superficiali patologici del paziente. Per tale ragione vengono definiti vari livelli diagnostici di studio del paziente flebopatico e l’ecocolordoppler sarà sempre la diagnosi di primo livello al fine di poter ridurre l’errore diagnostico. Fonte : LINEE GUIDA U.I.P. DIAGNOSTICO TERAPEUTICHE DELLE MALATTIE DELLE VENE E DEI LINFATICI ( pag. 23-24 di pag. 122). L’obiettivo dell’esame clinico e strumentale è rilevare quale fra tali condizione sia presente. Va ricercata inoltre la localizzazione anatomica dell’alterazione e quantificato il reflusso e/o l’ostruzione. Sono disponibili molti test, semplici, rapidi ed efficaci per costo-beneficio.  Le procedure diagnostiche, riportate di seguito in forma sintetica, rispecchiano quanto pubblicato nelle“PROCEDURE OPERATIVE PER INDAGINI DIAGNOSTICHE VASCOLARI” edite dalla Società Italiana di Diagnostica Vascolare ed accettate dal Collegio Italiano di Flebologia (383). INDAGINI UTILIZZABILI: · Ultrasonografiche:
  • Doppler C.W.
  • Eco-Doppler (duplex)
  • Eco(color)Doppler (ECD)
  • Imaging Radiografico
  • angio – TC
  • angio – RM
  • pletismografiche
  • fotopletismografia quantitativa
  • flebografia
ITER DIAGNOSTICO: Lo scopo dell’esame è l’accertamento di un reflusso oppure di una trombosi venosa superficiale e/o profonda. Nei due casi l’ iter diagnostico e procedure sono differenti.   Linee Guida (pag 14 di pag 122 : leggere DIAGNOSTICA NON INVASIVA -Indagini utilizzabili) Vedi quanto segue, letteralmente estratto dalle linee guida Internazionali U.I.P. 2003 (Linee Guida): “Le malattie venose presentano una maggiore difficoltà di valutazione rispetto alle malattie arteriose e richiedono quindi una certa esperienza ed una valutazione più accurata. Per tali motivi i test venosi risultano maggiormente operatore-dipendente e richiedono una competenza specifica clinica soprattutto per la valutazione dell’insufficienza venosa cronica.” dobbiamo inoltre considerare per amore di verità scientifica l’elenco completo delle accreditate Procedure Diagnostiche non Invasive (aggiornate al 2003). L’ecocolordoppler compare nella Flebologia come un’ovvia indagine di primo livello (ma oggi anche non certamente più l’unica) : ad essa si affiancano indagini di livello anche superiore (che si avvantaggiano sempre di approfondite opportunità di imaging non invasivo e non operatiore dipendente e dell’indispensabile imaging perioperativo, attualmente considerato sempre più indispensabile mentre si praticano le procedure terapeutiche “ esse sono però ancora troppo poco note ai pazienti”. Linee Guida (pag. 29 di 122 vedere note di TECNICA dell’ecoscleroterapia nell’impiego perioperativo sul paziente. Vedi quanto segue (Linee Guida) : “La maggiore efficacia dell’iniezione sclerosante sotto guida ecografica (ecoscleroterapia) non è stata ancora confermata. Altrettanto dicasi della recente proposta di iniettare i mezzi sclerosanti di tipo detergente (polidocanolo o tetradecil solfato di sodio) in forma di microschiuma e non liquido (282, 76, 152). Il confronto tra diverse tecniche è stato oggetto di una revisione sistematica da parte della Cochrane collaboration (402), dalla quale però non emergono dati tali da modificare le raccomandazioni formulate nelle presenti linee-guida. In particolare risulta che il tipo di sclerosante non influisce significativamente sui risultati della scleroterapia, e questo conferma i dati istologici e della microscopia elettronica che hanno dimostrato che diversi sclerosanti producono lo stesso tipo di lesione parietale (256).” Bibliografia :
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